Sui mondi post apocalittici e sui forse.

Ho finito l'Ombra dello Scorpione e iniziato La Strada di McCarthy.

Non avevo considerato l'aura di depressione post-apocalittica che mi avrebbe generato il leggere questi due libri uno dopo l'altro, semplicemente stavano lì nella pila.

Ed è così che mi ritrovo a chiudere le mie giornate a letto con il libro sullo sterno, e invece di svagarmi e rilassarmi entro in un mondo ansia e una discreta dose di mainagioia.

(Sono due libri bellissimi eh, non dico di no. Solo che, probabilmente sono nel momento sbagliato della mia vita per leggerli)

Qui il tempo passa, lavoro, faccio cose, leggo, mi alleno, sto col moroso, gioco a Elder Scrolls. Ho il tempo di pensare e quando penso mi ritrovo a farmi domande esistenziali, domande che si sono fatte personaggi ben più intelligenti prima di me (e se non avessi bruciato i miei appunti di filosofia ne saprei anche i nomi). 

Sono davvero felice?
Era questo che volevo dalla mia vita?
E' questa la ragione per cui sono al mondo? Fare un lavoro di cui non mi interessa una virgola per avere a fine mese dei soldi da spendere per cose e per pagare cose?
E' questa la vita?
Siamo sicuri che non ci sia qualcosa in più?
Il mio orologio biologico e questa strana voglia di maternità si sono svegliati perché effettivamente lo voglio, o perché voglio dare un senso a un'esistenza che, nonostante tutte le cose, mi sembra vuota?

Perché, ma soprattutto, perché mi sembra di non essere mai abbastanza felice?

Ho questo difetto io, enorme, di non accontentarmi mai. Di volere sempre qualcosa di meglio, perché anche solo sapere che c'è qualcosa di meglio per me là fuori mi mostra quello che ho per quello che è, e mi sembra sempre poco.

Ingrata? Forse.

C'è chi ha molto meno. C'è chi ha ben più ragioni per abusare della parole infelicità, o insoddisfazione.

Ma non sono mai stata una di quei bambini su cui funzionava il detto "Guarda che ci sono bambini in Africa che muoiono e non hanno niente". L'idea di dover essere per forza felice di ciò che ho confrontandolo con le disgrazie altrui l'ho sempre trovata terrificante.

L'altro giorno ho fatto una cosa per un'amica. L'ho aiutata e lo sguardo che ho visto nei suoi occhi quando ci siamo parlate, mi ha appagata e riempita più di quanto avesse fatto lo stipendio più grasso che io abbia mai avuto.

Mi sono detta: "E' così che vorrei sentirmi alla fine di una giornata".

Avere la soddisfazione di aver fatto qualcosa di utile.

Come conciliare questo con la situazione lavorativa odierna, è un ostacolo che pare titanico. 

Raggiungere questa consapevolezza a 19 anni mi avrebbe spinta a fare un percorso di vita diverso, forse a studiare psicologia, o infermieristica, o medicina. O forse no, ché io la testa per le materie scientifiche mica ce l'ho. Ma avrei potuto impegnarmi, forse riuscire. Forse.

Mi riempio di forse perché, come è normale che sia, questa consapevolezza mi è arrivata vivendo e crescendo a 27 anni, non a 19. A 19 avevo la testa piena di sogni, confusione, di passioni. 

A pensarci è assurdo che ci obblighino a fare scelte importanti a un'età in cui della vita, della tua vita, di quello per cui sei portato e di ciò che vorresti davvero, non sai niente (inserire battuta random su Jon Snow, prego).

Che risposte mi do, alla fine?

Mi sforzo di pensare che non va così male, anzi, non va male affatto. Che i presupposti ci sono, che sono io a dover mettere ordine dentro di me per apprezzare appieno quello che ho. 

Mi sforzo di pensare che nonostante ciò che la società ci imponga, 27 anni non è troppo tardi per poter anche solo pensare di reinventarsi una vita e darsi uno scopo.

Quindi ragazzi, come va?

Va tutto bene.

Ma non mi accontento e non mi accontenterò mai. Chi si ferma è perduto.

Stay hungry.

xo,
S.

Commenti

  1. Comprendo in tutto e per tutto il tuo discorso. Penso che sia normale essere sempre insoddisfatti -che poi, tra l'altro, non esclude il fatto di essere comunque riconoscenti di quello che si ha- . Il problema, come hai detto tu, è che capiamo troppo "tardi" cosa vorremmo fare da grandi e questo ci taglia un pò le gambe.
    No, anche a 27 anni ci si può reinventare una vita, basta solo un poco di coraggio e qualche idea chiara in più.
    :-*

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  2. Quel che penso e so, già lo sai.
    Ti dico solo che è normale. Ti dico solo che forse, ancor di più per la nostra generazione precaria in tutto, è difficile abituarsi alla stabilità. Qualunque essa sia.
    Però ti abbraccio.

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  3. ho cominciato a seguire il tuo blog x caso,non ci conosciamo.purtroppo la vita ci continua a porre domande su quello che facciamo e siamo,ma dobbiamo sempre cercare di fare qualcosa che ci dia serenità nell'animo, anche piccola ( grande ) come quella descritta da te,cercare di migliorarci è sempre la cosa migliore da fare

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